Abbiamo intervistato Mario Spedicato, storico, docente universitario e curatore di “Il Salento delle meraviglie, per approfondire una questione decisiva per il presente e il futuro del nostro territorio: come il turismo consapevole nel Salento può diventare un modello di sviluppo consapevole, invece di ridursi a sfruttamento.

Le domande nascono da un’esigenza concreta: il Salento si trova oggi a un bivio. Da un lato, il territorio è sotto pressione dalla standardizzazione turistica globale. Dall’altro, cresce la consapevolezza che il turismo di qualità, che ascolta il territorio, lo rispetta, ne amplifica l’identità, è ancora possibile e necessario.
Abbiamo scelto di interpellare Spedicato perché la sua voce unisce due prospettive spesso separate: quella dello storico che conosce profondamente le radici del territorio, e quella del curatore che sa come raccontare il Salento ai visitatori.

1. Quando ha scelto di curare una guida dedicata a Salve, cosa ha sentito il bisogno di raccontare del Salento che non era stato ancora detto?

La preoccupazione principale è stata quella di non limitare la mia indagine solo sulla bellezza del mare e della sua costa, ma a raccontare anche il paesaggio dell’entroterra con le sue masserie fortificate, i micro-insediamenti rurali, la costellazione variopinta delle molteplici comunità, i siti archeologici di rilevante interesse scientifico, prima del tutto trascurati nelle pubblicazioni pregresse.

2. Guardando al 2026, quali trasformazioni nel Salento e nel territorio di Salve l’hanno colpita di più rispetto al momento in cui ha curato il libro?

La trasformazione più evidente e rassicurante riguarda il graduale superamento dell’overturismo così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Si è compreso che il turismo massivo non porta da nessuna parte, non aiuta a valorizzare le risorse di cui il Salento e in modo particolare il Capo di Leuca ha ereditato. Una strada percorsa troppo disinvoltamente che porta inesorabilmente allo sfruttamento disordinato del mare senza un ritorno in termini di salvaguardia ambientale.

3. Come vede evolvere la relazione tra i residenti salentini e i visitatori/turisti? Cosa sta cambiando in questa dinamica rispetto agli ultimi anni?

Il grande pregio dei salentini resta quello dell’accoglienza, di far sentire a casa il forestiero, di considerare il turista non un estraneo, ma un familiare. Un rapporto atavico, storicamente sedimentato se è vero come è vero che questo lembo di territorio dopo gli antichi abitatori, I Messapi, è stato contaminato da diverse popolazioni, provenienti soprattutto dall’altra sponda dell’Adriatico, integrandole e mescolando profondamente il dna originario.

4. Come definirebbe l’identità salentina contemporanea — cosa la rende riconoscibile e distinta, non solo geograficamente ma culturalmente, nel più ampio contesto del Mezzogiorno? E come può mantenere una visione consapevole e autonoma di sé stessa di fronte alle pressioni di standardizzazione turistica globale?

Il Salento è una terra che storicamente e geograficamente ha unito due grandi civiltà, quella occidentale (Roma) con quella orientale (Bisanzio). Questo legame ha connotato profondamente l’identità salentina, rimanendo nel Mezzogiorno un’area che ha intrecciato la sua lingua, la sua religione, la sua cultura con quella dell’altra sponda dell’Adriatico.
La globalizzazione finora non ha cancellato questa specifica connotazione salentina, ma resta una minaccia per il futuro. Su questo terreno bisogna lavorare perché si eviti il rischio di un appiattimento generalizzato. A cominciare dall’offerta turistica, che deve mirare ad evidenziare la specificità del territorio, la sua unicità

5. Se dovesse immaginare il Salento tra 10-15 anni, quali continuità vorrebbe preservare e quali cambiamenti ritiene necessari per il suo sviluppo consapevole?

Immagino un futuro in cui si rinunci a misurare le potenzialità turistiche solo attraverso i numeri. I grandi numeri possono far piacere agli operatori che amano le statistiche, ma non sempre vanno nella direzione giusta, rischiano di portare più danni che benefici.
Cambiare prospettiva diventa una necessità se si vuole invece preservare la risorsa-mare dal degrado, elaborando piani di sviluppo che cerchino di soddisfare una domanda sempre crescente di un turismo di nicchia, colto, consapevole, esigente, attratto dai servizi che il territorio può offrire.

6. Se dovesse scrivere oggi un seguito o una revisione di “Il Salento delle meraviglie”, cosa aggiungerebbe, toglierebbe o trasformerebbe nella narrazione del Salento?

Non toglierei nulla di quello che ho scritto. Il quadro presentato resiste all’usura del tempo e alla ricerca di settore. Se proprio dovessi fare un’integrazione aggiungerei un capitolo sulla storia alimentare del Salento, con un excursus cronologico sulle più significative novità introdotte nella gastronomia da Vincenzo Corrado (Oria 1725-1835 – il cosiddetto cuoco galante) in poi per dare conto delle peculiarità che ancora oggi distinguono la cucina salentina da quella delle altre province meridionali.

7. Nel suo lavoro di storico e curatore, qual è stata la scoperta più sorprendente sul Salento? Quale aspetto del territorio ritiene che meriti più attenzione di quella che oggi riceve?

Una domanda che richiederebbe una risposta articolata, ma che si può riassumere con l’appellativo in voga nel Medioevo de finibus Terrae dei pellegrini che cercano il Salento come la fine del mondo. Questa visione può incuriosire il turista spinto a conoscere un limite oltre il quale non è consentito andare. Come le colonne d’Ercole anche Leuca può ispirare un viaggio, rappresentare un’avventura a cui non rinunciare.

8. Quale consiglio darebbe a chi abita, lavora e comunica il Salento oggi dal punto di vista della consapevolezza culturale e dell’autenticità territoriale?

Sostenere la ricerca multidisciplinare e scientificamente perseguita. Solo la ricerca può aiutare a conoscere il territorio e a guidare sapientemente chi opera in esso.

9. Una struttura ricettiva come le Cinque Vele, che accoglie visitatori da altre regioni, come può contribuire a raccontare il Salento in modo autentico? Come può far emergere l’identità territoriale e la memoria del luogo, invece di limitarsi a offrire esperienze?

Le Cinque Vele si sono già mosse nella giusta direzione, sostenendo anche l’operazione scientifico-editoriale di cui si è fatto prima riferimento. Il progetto di alta gamma a cui mira risponde alla necessità dei tempi che viviamo, quello di un’imprenditoria illuminata che vuole salvare il Salento dal degrado ambientale e assicurare servizi di alta qualità dentro una rete condivisa di esperienze già mature.

Conclusione: il Salento che vogliamo

Dal dialogo con Mario Spedicato emerge una visione chiara e coraggiosa: il turismo consapevole nel Salento è una necessità. È la risposta concreta all’overturismo, al degrado ambientale, alla standardizzazione globale.

Questa visione passa per tre elementi fondamentali:

1. La ricerca e la consapevolezza: conoscere profondamente il territorio, dalle masserie fortificate alla storia alimentare, dai siti archeologici alla memoria collettiva.

2. La qualità sulla quantità: rinunciare ai grandi numeri per investire in un turismo di nicchia, colto, consapevole, capace di apprezzare la complessità.

3. L’ospitalità consapevole: strutture ricettive che non limitano l’offerta al comfort, ma diventano strumenti di educazione territoriale, partner della ricerca, custodi dell’autenticità salentina.

Il Salento ha l’opportunità di diventare un modello di turismo consapevole che preserva l’ambiente, valorizza la memoria, trasforma il visitatore in studioso, protegge l’identità salentina dalle minacce della globalizzazione e sceglie uno sviluppo duraturo, autentico, rigenerativo.